Di Massimo Ferlini
È stato ormai quasi due anni e mezzo fa che l’Associazione politico culturale Adesso, con la collaborazione del gruppo di ricerca bocconiano Tortuga, ha lanciato la proposta di un salario minimo milanese. L’idea prendeva spunto dalla esperienza londinese dove con un accordo volontario i datori di lavoro aderiscono ad accettare il valore minimo salariale indicato da una commissione formata da istituzioni ne rappresentanze sociali.
Imprese e attività commerciali che aderiscono sono indicate dal riconoscimento cittadino con simboli ed etichette che certificano l’adesione al piano salariale.
In questo modo Londra ha affrontato il tema della sostenibilità economica data dal maggiore costo della vita. Problema che riguarda tutte le grandi metropoli e che è stato al centro anche della recente campagna elettorale di New York.
Milano, come si sa, è l’unica metropoli italiana che vive processi di crescita comparabili alle grandi metropoli internazionali. Anche qui il tema della sostenibilità economica è esploso negli ultimi anni. A trascinare la crescita il costo delle abitazioni che si è sommato alla inflazione che ha caratterizzato i prezzi dei generi di prima necessità. Il tutto ha portato ad avere un problema salariale che ha accentuato la difficoltà per le aziende a trovare lavoratori disposti ad accettare determinati incarichi in città.
La proposta di fissare localmente un salario minimo non aveva trovato adesioni. La discussione è però proseguita e in questi ultimi giorni è arrivata ad un confronto per cui Milano può diventare apripista per una possibile innovazione nelle relazioni sindacali.
L’occasione è stato un confronto pubblico che ha visto partecipare i sindacati più rappresentativi e l’assessora comunale delegata ai temi economici e del lavoro.
I dati presentati all’avvio del confronto hanno aggiornato la proposta di due anni fa. Milano ha un costo della vita che è per circa 25 punti sopra la media italiana. Ha anche salari medi più alti ma restano per circa 18 punti al di sotto dell’inflazione registrata negli ultimi anni. In più va registrato che nella città prevalgono i lavoratori dei servizi rispetto agli occupati della manifattura e si registrano quindi valori salariali orari mediamente inferiori.
La proposta avanzata per innescare il dibattito è stata quella di avviare una contrattazione territoriale che riesca, per categoria o in modo generalizzato, a definire salari che tengano conto del differenziale del costo della vita.
L’idea di arrivare ad una contrattazione territoriale capace di incidere sul valore reale dei salari ha raccolto il consenso di tutti gli interlocutori. Hanno anche tutti precisato che non si può pensare ad una contrattazione salariale. L’attuale sistema contrattuale vincola i salari alla contrattazione nazionale, fatta dalle rappresentanze di categoria, e solo se il contratto nazionale lo prevede espressamente è possibile fare contrattazione salariale di secondo livello nel territorio. Sarebbe in ogni caso fatta dalle rappresentanze di categoria come storicamente avviene per i sindacati del settore agricolo e degli edili.
È stato inoltre posto con forza il tema dell’indicazione del salario orario minimo fissato. Si tratta di un valore netto o lordo. Perchè si può riprodurre in piccolo lo scippo fatto in grande dal governo. I rinnovi contrattuali complessivamente hanno portato a 24 miliardi di aumenti salariali ma la mancata revisione delle aliquote irpef ha raccolto 25 miliardi di tasse in più.
Posti questi vincoli condivisi e preso atto che comunque al tavolo mancavano rappresentanti delle imprese, la proposta di smuovere la situazione è venuta dall’assessora. L’esempio da cui è partita è stato l’aumento del ticket mensa riconosciuto ai dipendenti comunali in sede di rinnovo contrattuale. È stato un modo di aumento del salario reale che teneva conto dei vincoli nazionali e però veniva incontro al riconoscimento del maggiore costo della vita cittadino. È allora possibile aprire un tavolo di confronto con tutte le rappresentanze sociali mettendo in campo le potenzialità dei servizi comunali per definire pacchetti di servizi che sostengano il valore reale dei salari.
Attorno a questa proposta sono cresciuti il consenso e le proposte per iniziare una concreta definizione di una possibile contrattazione territoriale che impegni i sindacati confederali e le rappresentanze locali delle imprese.
L’idea che da Milano può partire ed essere poi ripresa anche da altre realtà è quella di mettere al centro della contrattazione di secondo livello normalmente attuata proposte di welfare che utilizzino i servizi cittadini. Per capirci oggi quando si fanno accordi settoriali e d aziendali per servizi di welfare si fa riferimento a servizi forniti da piattaforme private. Per fare l’esempio più semplice è assurdo che per i nidi ci sia un contributo aziendale per nido privato e non per il nido pubblico. Lo stesso può ovviamente estendersi all’accesso ad altri servizi comunali di sostegno o sportivi.
Alla possibilità diretta di ricorrere ai servizi comunali può aggiungersi l’estensione delle attività mutualistiche sostenute da accordi sindacali territoriali. A Milano esiste già la Fondazione Welfare Ambrosiano nata proprio da fondi provenienti da contrattazione territoriale e che ha una governance che vede assieme Comune, Camera di Commercio, Città Metropolitana con Cgil, Cisl e Uil. Dalla creazione di fondi per il sostegno agli affitti concordati al sostegno per la lotta al sovraindebitamento sono iniziative già avviate. Può essere sede per nuove iniziative di mutualità sulle parti sanitarie non coperte dal sistema nazionale, vedi tema dentistico infantile, o altro. Ed anche questa è una potenzialità per costruire una contrattazione territoriale che contribuisca a dare maggiore valore reale alla contrattazione nazionale.
L’appuntamento è adesso al tavolo che verrà convocato dalla amministrazione comunale. Avventura da seguire perchè Milano si candida a dare una reale sostanza al dibattito spesso fumoso e vuoto di realismo sul salario minimo per legge. Farlo attraverso nuovi strumenti di socialità locale è una risposta alla crescente domanda di maggiore salario rilanciando il tema tutto ambrosiano che con il lavoro qui si ha accesso a tutti i diritti di cittadinanza.
Massimo Ferlini
